Monologo di un uomo ubriaco che torna a casa.
Senti che liscio che è questo muro, quasi quasi mi ci appoggio; lo seguo piano piano, fino a casa.
Assomiglia alle tette della Clara, fresche e spianate; che lei mica mi aveva detto che sotto al push up non avrei trovato niente: tutta la sera a strofinarsi su di me, su e giù, su e giù, su e giù, quasi fosse la lampada di Aladino, finché io, zacchete, ho infilato la mano dentro la maglietta ché morivo dalla voglia. Ahahahah, non c’era niente sotto! Solo due capezzolini ini ini, tutti turgidi e vogliosi!
Però a me la Clara piaceva lo stesso, perché rideva alle mie battute quando tutti gli altri rimanevano seri. E stasera nessuno ha riso porca vacca.
Urca madosca, cos’è ‘sto vuoto? Ah, è un angolo.
Ma dove sono? Aspetta che leggo l’insegna: v-i-a A-r-a-g-o-n-a.
Ma sono in Spagna? Torero, olè.
La Clara voleva portarmi al caldo, in Spagna; e insisteva, insisteva sempre: “dai che ci divertiremo e faremo l’amore tutte le sere”. Macchè l’amore, aveva il ciclo quella settimana!
Ma a me la Clara piaceva lo stesso, perché mi accarezzava e mi chiamava con la voce dolce: “Antonio! An-to-nio, vieni qui dalla tua morosetta!”
Aspetta che giro, quella è casa mia. Uno-due, uno-due, guarda che passo svelto che ho, dritto come un fusibile, che manco nessuno può buttarmi giù.
Che fatica, meglio che m’appoggio al muro: che liscio che è, assomiglia alle tette della Clara. Su giù, su giù, su giù ha continuato a farmi, finché non ci sono cascato. Eh la Claretta, è furba; su giù, su giù, su giù.
Guarda la macchina del Carlo parcheggiata lì; ma non era rimasto al bar con gli altri a farsi l’ultimo?
Porca madosca che tipo che è il Carlo: è venuto per farmi spavento! Ma io, il sottoscritto Antonio Panebianco, sono furbo, molto furbo: entro in casa piano piano e, zac, lo colpisco alle spalle.
Urca madosca, che sonno! Mi appoggio un po’ a questo muro, liscio come le tette della Claretta.